Giuseppe De Fine: nasce a Cirò, piccolo centro affacciato sul mare Ionio, famoso in tutto il mondo sin dall'arte greco-romana, per la produzione del vino offerto dalle sue terre generose. Dette i natali a Luigi Lilio, fondatore del calendario gregoriano, e al poeta Luigi Siciliani. Le sue valli allietate da Eolo, gli fanno da preambolo alla poesia. L'autore comincia a scrivere molto presto: attento osservatore dell'ambiente sociale e naturale, amante degli animali e dell'arte antica. Nell'agosto del 1979 si classifica primo al premio poesia "VOLVITO" nella città di Cirò Marina. Nel 1983 a Milano riceve l'attestato di merito per la migliore pubblicazione nell'antologia "NUOVI TALENTI". Nell'85 l'Albatros editrice, gli conferisce... CONTINUA >>






L'ULTIMO CANTO:

I poeti vedono cose che gli altri non vedono, o forse, vedono le stesse cose con la lente del cuore, come scriveva Palazzeschi. A questo ho pensato quando ho letto le poesie di Peppe De Fine, una poesia in cui moti profondi dell'anima si traducono in versi garbati, pieni di emozioni ed umanità. Quella stessa umanità che è una delle caratteristiche dominanti dell'autore, al quale mi legano stima e affetto e del quale apprezzo l'impegno civile e la capacità di farsi attraversare dalla realtà che lo circonda per trasformarla in parole e versi in cui tutti ci riconosciamo e che tutti vorremmo saper esprimere. Nella sua poesia c'è la ricchezza di un'umanità vissuta e mai indifferente, il legame profondo con le radici, il nodo diincile dei sentimenti spesso contrastanti che attraversano l'animo umano, il richiamo forte alle origini e alla memoria. Quest'ultimo è il filo rosso che collega tutti i versi delle singole poesie: il richiamo ad un codice antico e comune che è il legame che riunisce i frammenti dispersi dello stesso nucleo vitale. Leggendo le sue poesie ho ritrovato i luoghi delle mia infanzia, le parole antiche e familiari, i suoni e gli odori del passato. Sono ricordi che appartengono alla storia di tutta la nostra comunità e che ognuno di noi testimonia con la sua storia personale in giro per il mondo, ma basta una parola o un suono per farci cancellare anni e distanze. Come scriveva Natalia Ginzurg in Lessico Familiare: "Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia...... Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo". In quelle frasi e in quelle poesia c'è la nostra identità, il nostro codice genetico, il patrimonio che ci tramandiamo da generazioni. C'è un frammento di vita. La stessa vita che Peppe De Fine ha cantato e descritto con parole e versi che scavano nei sentimenti e nei ricordi per tessere la trama di una storia a cui tutti apparteniamo e senza la quale non saremmo gli uomini e le donne che siamo oggi.

Nicodemo Oliverio






IL TEATRO A CIRO':  (hanno detto di lui)

L'arte della recitazione a Cirò incontra largo favore, soprattutto grazie alla preziosa collaborazione di Giuseppe De Fine, brillante commediografo locale, nonchè poeta e pittore.
Con le sue opere teatrali, per lo più in vernacolo, l'autore porta in scena quadretti di vita quotidiana dalle mille sfaccettature, caratterizzate da un ricorrente elemento riso-amaro. Tra le sue opere più importanti: Labitu u fà ru monacu, Mancu l'occhj pe cianciri, Chini spini simina spini ricoghja, A ruga di malivicini, etc.





Sei antiche grotte, ubicate in zona Serra del Lago, tra le località di Malocretazzo a nord, e Santa Venere a sud, proprio ai piedi di una strada comunale che una volta collegava i due terreni. Oggi purtroppo la strada impervia è abbandonata, e quelle che una volta erano le antiche abitazioni rurali dei nostri avi, sono anch’esse abbandonate. Fino a qualche decennio fa le grotte erano...CONTINUA >>


CIRO' - Grotta San Francesco:
E’ ubicata in zona San Francesco, la grotta che prende il nome della zona omonima, a pochi centinaia di metri dall’antico convento di San Francesco di Paola. E’ esposta a sud orientata verso l’est, verso il mare; ha un ingresso di circa tre metri, con altezza di circa un metro e quaranta, tanto che per entrarci ci si deve abbassare. La parte interna invece è più alta, raggiunge circa 1,60 metri , mentre la sua larghezza è di tre metri, così come pure la sua profondità. Scavata nella roccia arenaria, si presume che parte di essa, col tempo sia crollata, visto che l’entrata è troppo bassa rispetto alle altre grotte presenti a Cirò dello stesso periodo. La presenza del convento dei francescani nelle vicinanze fa supporre fosse frequentata da monaci e frati dove poter pregare in solitudine. Abbandonata a se stessa non ospita che radici delle piante che la rivestono, intorno ad essa alberi secolari come Ulivi, Querce, e Carrubo, oggi le fanno ombra nella sua quotidiana solitudine.





Si chiamava “Psychrò”, l’odierna Cirò, quando Luigi Lilio era alla corte del Conte Andrea Carafa, nel Castello, allorché il grande luminare Casoppero, in una lettera datata 1532, lo invitava a riprendere gli studi(che probabilmente per motivi economici aveva lasciato), e che lo stesso Conte Carafa lo sostenne economicamente sino a quando si laureò, e probabilmente così è stato. Ma del suo passaggio a Napoli purtroppo non c’è traccia, ne come iscritto ne come laureato, questo era il responso di alcuni docenti dell’Università di Napoli, all’ultimo convegno scientifico su Lilio di qualche anno fa, tenutosi proprio a Cirò. Di certo ha riformato il calendario Gregoriano, e questo lo certifica il “Compendium novae rationis restituendi kalendarium”, presentato dallo stesso fratello, Antonio Lilio, al Papa Gregorio 13° nel 1577. Ma solo dopo 5 anni nel 1582 di intensi studi, il Papa approvò con bolla pontificia la riforma ideata da Luigi Lilio. Purtroppo di Luigi Lilio si perdono le tracce qualche anno prima della consegna della sua riforma del calendario, infatti la storia porta la data del 1576 la data della sua morte, ma non si sa dove e come sia successo. In ogni caso aveva già terminato il lavoro che sarebbe diventato di interesse mondiale, perciò probabilmente, visto le sue precarie condizioni di salute, essendo lui dalla corporatura esile e gracile, preferì ritornare al suo paese d’origine dove poter rimanere tranquillo gli ultimi anni della sua vita. Doveva proprio stare male, per abbandonare il suo lavoro, ma probabilmente(e così è stato), si fidò di suo fratello che sicuramente conosceva il suo studio, e quindi poteva relazionare al suo posto. Essendo divenuto importante, sicuramente tutti lo lodavano, e lo cercavano compreso l’allora proprietario del Castello(la famiglia Spinelli), dove Lilio già era vissuto insieme al Carafa, quando probabilmente costruì nell’atrio del castello una stella a 8 punte esterne, forse una meridiana, con all’interno concentricamente un’altra stella a nove punte, oppure il disegno geometrico del Lilio potrebbe proprio risalire al suo ultimo periodo, quando ritornò a Cirò. Quest’ultima teoria sarebbe la più accreditata, visto che il conpendio ultimato è stato consegnato nel 1577, e quindi postumo allo studio che gli avrebbe suggerito quei giochi di stelle, di venti e di meridiana disegnato e costruito nell’atrio del castello, probabilmente negli ultimi anni della sua vita. Ammalatosi gravemente, Luigi Lilio, visto la sua ormai notorietà, non poteva una volta morto, essere seppellito nella nuda terra, come un comune mortale, e probabilmente in quel periodo era ancora “funzionante”il vecchio cimitero del convento di San Leonardo, dove i morti venivano seppelliti nella terra nuda. Non poteva essere lo stesso per Lilio, in quanto ancora in quel periodo i personaggi noti venivano seppelliti dentro le chiese. Ma siccome intorno al periodo in cui probabilmente è vissuto e poi morto , l’abitato era quello antico del “Portello”che a quel tempo si chiamava”Girifalco”. Secondo alcuni libri di storia del periodo successivo, fuori porta Scezzari, che si trovava fuori dell’abitato, vi era la chiesa di San Pietro e Paolo. Solo dentro questa chiesa, che oggi non esiste più, potrebbe essere seppellito Luigi Lilio, sulle cui rovine, oggi si trova la casa” Oliverio”, sulla cui parete esterna si intravede ancora oggi un ornamento a testa di angelo. Dunque Luigi Lilio era scomparso da Napoli e da Roma sicuramente perché ammalatosi preferì ritornare in patria(visto che lui amava tanto Cirò, e lo dimostra il fatto che ad un certo punto della sua carriera universitaria, lasciò tutto e ritornò in paese), e qui ultimato il lavoro alla corte dei Spinelli, morì nell’abitazione dei suoi genitori nell’odierna zona di “Portello”, ma che sicuramente fu seppellito nella chiesa fuori porta Scezzari, nella chiesa dei santi Pietro e Paolo, la quale rappresentava la linea di mezzo tra l’abitato del popolo e la regia corte, come una bilancia il cui fulcro era rappresentato dalla chiesa, molto importante e dominante in quel periodo, tanto da dare il nome all’invenzione più importante del secolo e di tutti i tempi per la sua precisione matematica.






”L’antico castello, situato nel centro cittadino, domina Cirò con la sua massiccia e compatta struttura. Dalla sua posizione elevata si gode un panorama suggestivo che spazia sui tetti delle case paesane e sul mare. Il castello, che risale alla fine del xv sec., con le sue mura e le sue torri e’ la principale attrattiva del paese”, così scriveva lo storico prof. Mezzi in un suo libro. Da studi recenti effettuati, pare che Il maniero fu edificato, almeno il piano terra nel 1496 dal Conte Andrea Carafa, ma fu il nipote Galeotto a far costruire tutto intorno il muro di cinta che lo avrebbe protetto dalle incursioni Saracene. Si racconta che al suo interno, ci siano ben 365 stanze, di cui una racchiuderebbe un gran tesoro, non ancora trovato. Ma la maggior ricchezza del Castello, fu quella di ospitare nella sua reggia, personaggi illustri come Casoppero, il re Carlo III di Borbone ed il grande scienziato Luigi Lilio, che ancor prima della riforma del calendario Gregoriano(1582), aveva disegnato e costruito proprio nell’atrio del Castello una grande stella a otto punte, da molti indicata erroneamente a nove punte, in realtà è una mediana,con intorno tutti i segni dell’oroscopo. Col tempo poi il maniero, caduto il feudalesimo venne abbandonato e, messo all’asta nel 1842, fu comprato dalla famiglia Giglio, i quali hanno costruito il secondo piano, come testimoniano alcuni dati sui muri esterni. L’atrio del castello che gelosamente custodisce la grande ed enigmatica opera di Lilio, studiata anche di recente dall’Universita’ di Reggio Calabria, che tra l’altro ha rivelato molte cose importantissime e mai prima affrontate, oggi si ritrova ricoperto di erbacce e cespugli, calpestando un opera che il mondo intero ci invidia.Secondo gli studi fatti sull’atrio attribuito a Lilio dallo studioso Giuseppe De Fine, ciò che per anni si è creduto fosse una stella a nove punti, in realtà è a otto punte, simmetrico per metà, cioè se si ribalta da nord a sud coincide perfettamente. Mentre all’interno del disegno effettivamente custodisce una stella a nove punte, ma non esternamente. Da qui l’idea promossa dal De Fine, che fosse una Meridiana che indica esattamente tutte le direzioni dei venti, o la messa in pratica del lavoro fatto per arrivare al calendario. Attorno alla stella/Meridiana, ci sono un sacco di segnali che stanno ad indicare i segni zodiacali,ed altri segnali che indicano lo studio dei pianeti e delle stelle e come ruotano nello spazio. Inoltre un giorno all’anno esattamente il 30 Agosto , attraverso il campanile ,un raggio di luce filiforme rosso percorre il tratto passante per il centro della stella, è un vero spettacolo suggestivo. Facendo un ipotetica costruzione della costruzione ai primi dell’anno mille, al periodo Normanno, secondo la struttura muraria e la disposizione di alcune stanze, si è ipotizzato che all’origine fosse presente la sola torre ovest che collegava con la stanza a sud est, dove ancora oggi si possono ammirare unici esemplari di scrittura “Rune” proprio dei Normanni, ad avvalorare tale tesi. Lo studio affrontato da De Fine è anche oggetto di osservazione da parte dell’Università di Architettura di Reggio Calabria grazie ad esperti del settore che stanno affrontando lo studio che rilancia e traduce tutti i segnali lasciati dal grande Luigi Lilio.

La Calabria, un territorio ricco di castelli di importanza storico-culturale come quello di Cirò, lo ha annunciato un grande storico dei castelli, l’architetto Isabella Gaudino, esperta e specialista in restauro dei monumenti, nel corso dell’ultimo convegno proprio sul castello di Cirò avvenuto qualche giorno fa. “Il Corpus Castellano Calabrese è certamente molto consistente, riferiva l’architetto, in larga parte è ancora da rilevare; un primo censimento, fatto nel 1977 dalla Sezione Regionale dell’Istituto Italiano dei Castelli, ha rilevato la presenza, nelle province di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, ben 150 strutture fortificate, corrette da un successivo rilevamento a 370, questo ci fa comprendere l’incidenza dei castelli sul territorio Calabrese”. Da qualche tempo, dice l’esperto, si parla però sempre con maggiore insistenza del recupero dei beni culturali e architettonici della Calabria e di una loro utilizzazione al servizio di uno sviluppo turistico ma principalmente culturale di questa regione, che deve, innanzitutto, riappropriarsi in maniera forte e consapevole della propria storia e delle proprie ricchezze. Il castello di Cirò è, senza dubbio, continua l’esperta, un bene di importanza primaria non solo per il paese e per il suo territorio, ma anche per quello provinciale e regionale. Purtroppo, dice sono ancora poche ad oggi le indagini, condotte con rigore scientifico, rivolte alla conoscenza di questi straordinari manufatti, anche le fonti documentarie, assai scarse e spesso del tutto inesistenti, non aiutano nell’individuazione delle epoche di primitiva costruzione o delle successive trasformazioni subite.




LA TERRA DEI POVERI
è un'apertura intenzionale su un mondo, una visione di insieme e di particolari, un omaggio alla sua terra natale e ai suoi genitori. Vorremmo soffermarci su tanti squarci d'azzurro colti dall'alto dei tre colle… La figura dominante è quella contadina, la casa tipica è quella grigia con le finestre bruciate dal sole e i tetti di argilla. Le viuzze sono quelle che inevitabilmente portano a valle, dove il lavoro si fa dovere e preghiera ed allena l'animo alla pazienza, al sacrificio e alla speranza dei "perdenti". Le descrizioni non indulgono alla speciosità tutto è ridotto all'essenziale, al tratteggio, all'accenno. E tale semplicità di tratti si fa stupore e scoperta di visione antiche: l'asinello tirato per la gravezza del suo padrone; l'uomo cattivo che nella sua vita raccoglie solo gramigna; immagini di farfalle ammaestrate che volano di valle in valle; il rammarico per le querce tagliate;i canti della donna cirotana alla fontana e nei vigneti durante la vendemmia; il canto dell'usignolo che cerca il bosco che non c'è più; l'invocazione alla forza della natura e al tuono che colpiscono i dissacratori del paesaggio agreste; la sosta alla chiesetta di campagna; le porte del paese, la piazza, la chiesa, il castello pensati e visti con ingenuo trasporto, ma attraversati da guizzi di austera, dignitosa, fierezza.
Questo è il verso di De Fine, un verso pacato, un incidere sereno che ti invita alla riflessione… e se ne sente tanto il bisogno in questi luoghi di recente, diffusa "povertà", perché su queste contrade possa fiorire, col canto del poeta, quella civiltà antica che ha dato alla Calabria santi, poeti e scienziati. Innanzitutto mi piace soffermarmi sul titolo della raccolta: LA TERRA DEI POVERI. Che poi è Cirò, poiché la raccolta è interamente dedicata ai siti di questo paese illustrato dai vari Lilio, Casoppero, Astorino, Pugliese, Siciliani, ma fondamentalmente paese di "poveri". E già nel titolo c'è un aggancio provocatorio e comunque coraggioso. Altri ci hanno presentato la Cirò dotta, De Fine ci riporta all'Humus di questa terra e di questa gente umile che tanti dotti ha prodotto. C'è oggi tanta povertà di valori e di vissuto quotidiano, c'è tanto impoverimento culturale e degrado sociale. De Fine, da vero artista, vorrebbe fare riemergere Cirò dall'abbandono in cui è caduta. Solo un poeta poteva concepire un progetto così ardito e solo chi ama con cuore da poeta può credere in una rinascita morale e spirituale del proprio paese.
I POETI NON TORNANO MAI!!!
- Dante diceva: Non si volge chi a stella è fisso!
- Foscolo sogna la sua Zacinto - perché la poesia è un viaggio senza ritorno verso la perfezione, il vero, l'infinito, l'assoluto. Talvolta però anche i poeti si fermano a ripensare ed a rivisitare momenti e luoghi amati e sognati da lontano.
E questo, anche per il De Fine, è un momento di sosta nel suo andare.

PIETRO SCARPELLI